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L’ultimo gol di Giorgio Chinaglia
Sono appena tornato dalla montagna, apro l’ipad e vedo la foto di
Giorgio Chinaglia. Ho pensato che fosse un’altra notizia relativa a
qualche disavventura finanziaria, ormai ero abituato a leggere
situazioni del genere accostate al suo nome. E invece no. Stavolta
accanto alla faccia di Giorgione c’era una parola inequivocabile :
morto! Un infarto e fine della storia a 65 anni. Un tuffo al cuore e
tanti ricordi della mia fanciullezza che sono improvvisamente affiorati
alla mente e al cuore. L’Olimpico pieno, una domenica di giugno, io
con mio padre e altri amici nei distinti, il Foggia che si difende in
undici, uno 0-0 che sembra non doversi mai sbloccare. Poi un
lampo, Scorsa che alza un braccio e colpisce il pallone in area,
l’arbitro fischia e indica il dischetto. Giorgio come al solito agguanta
la palla, la tiene sotto un braccio, la sistema sul gesso bianco.
L’Olimpico trattiene il respiro. Giorgio parte a testa bassa e piazza
una botta secca nell’angolino alla destra di Trentini. Poi l’espulsione
di Garlaschelli, la clavicola rotta di Martini, mezzora di sofferenza e
alla fine il fischio finale di Panzino che fa esplodere lo stadio. La
Lazio è campione d’Italia per la prima volta nella sua storia.
Chinaglia è l’eroe che riscatta tanti anni di anonimato, Chinaglia è il
figlio di emigrati che dal Galles è tornato a prendersi una clamorosa
rivincita sulla miseria, nel paese che la sua famiglia aveva dovuto
lasciare. Chinaglia è l’orgoglio di noi ragazzini laziali, di me che
cresco con la Lazio nel cuore. Ho sempre pensato che se anche non
ci fosse stato mio padre a tifare Lazio e quindi ad influenzarmi indirettamente e involontariamente ( non mi
ha mai spinto a tifare nessuno ) avrei molto probabilmente finito per diventare ugualmente laziale. Non mi
sono mai piaciute le squadre “facili”, e dovete ammettere che la Lazio è una fra le più difficili da sostenere.
Minoranza della minoranza. Non solo rispetto alle potenze calcistiche del nord, ma anche in casa propria.
Napoli, Fiorentina, Bologna, sono tutte padrone uniche almeno in casa propria, Genoa e Sampdoria si
dividono abbastanza equamente il tifo della propria città. La Lazio no, è minoranza nella minoranza,
appunto. Solo il Torino forse si accosta in questo alla Lazio, non a caso ha sempre riscosso la mia simpatia.
Ecco. Giorgio Chinaglia era arrivato intorno ai miei dieci anni a sollevare improvvisamente, come una
folgore, la Lazio al rango di campione d’Italia. Non era un fine dicitore del rettangolo verde, non era
l’attaccante di classe sopraffina, non era il centravanti capace con una finta di mettere a sedere un difensore.
No, Giorgio era potenza pura, era rabbia agonistica figlia della polvere delle miniere del Galles pur essendo
nato a Carrara il 24 gennaio 1947. Era istinto, esaltazione, furore agonistico, testa poca, cuore grande,
generosità all’eccesso in campo e fuori. Era quello che più lo fischiavano, in trasferta, più lui si esaltava e
segnava. Era quello che nelle famose partitelle del giovedì a Tor di Quinto non voleva mai perdere e
costringeva i compagni a stare in campo finché la sua squadra non fosse andata in vantaggio.
Era quello che in una domenica dell’anno dello scudetto, con il Verona in vantaggio a fine primo tempo per 2-
1 all’Olimpico, costrinse i suoi compagni a non rientrare negli spogliatoi all’intervallo tenendoli tutti sul campo
davanti ai tifosi. Una cura più efficace di tanti discorsi: dopo pochi minuti della ripresa la Lazio rimontò lo
svantaggio e vinse 4-2. Era quello che giocò la sua più bella partita in Nazionale a Wembley spinto
dall’orgoglio e dall’ansia di riscatto da ex emigrante in terra inglese, regalando a Capello il pallone dell’ 1-0
con cui per la prima volta gli Azzurri violarono il mitico stadio imperiale. Era quello che ai Mondiali non ci
pensò due volte a mandare platealmente “a quel paese” Valcareggi che lo aveva sostituito. Un gesto
clamoroso trasmesso in mondovisione che sollevò un polverone incredibile sino ad essere oggetto di
interrogazioni parlamentari.
Poi arrivò il tempo americano, i Cosmos dove giocò dal 1976 per altri 8 anni segnando valanghe di reti in
una squadra che schierava Pelè e Beckenbauer. 208 presenze e 98 reti nella Lazio, 213 partite e 193 gol nei
Cosmos, altri 30 reti fra Swansea, Massese e Internapoli prima di approdare alla Lazio. Due volte
capocannoniere con la Lazio, cinque volte negli States. Chiusa la pagina del campo ne aprì altre purtroppo
di tutt’altra specie. Tornò alla Lazio da presidente nel 1985 fra l’entusiasmo popolare dimostrando subito che
fare il dirigente non era proprio il suo mestiere. Un’esperienza fallimentare. Debiti e retrocessione. Poi molte
altre disavventure finanziarie fino all’ultima brutta storia per un altro tentativo di scalata al vertice della Lazio
con alle spalle l’ombra della camorra. Per questo non poteva tornare in Italia, con un processo penale
ancora in corso. Per questo è scomparso in Florida, trovato morto dal figlio nel letto.
Non mi stava troppo simpatico Chinaglia, lo confesso.
E’ sempre rimasto l’eroe della mia infanzia ma razionalmente non mi piaceva come personaggio. Preferivo
ricordarlo solo con la maglia intrisa di sudore sul campo. Per me era quello e basta.
Però la notizia della sua morte mi ha riempito di tristezza, se n’è andata con lui una parte di me. Quelle
domeniche all’Olimpico con mio padre, i panini preparati da mia madre che poi “ini” proprio non erano viste
le dimensioni. Il sapore di un calcio “pane e salame”, di atmosfere che non potranno più tornare. Quel calcio
con i numeri rigorosamente dall’1 all’11, con Ameri e Ciotti che solo ad inizio secondo tempo davano alla
radio i primi risultati parziali, con le immagini sbiadite del primo “novantesimo minuto” con qualche gol della
giornata. Era un altro mondo, Giorgio al mondo nuovo non si era mai adattato. In fondo era sempre rimasto il
ragazzo ribelle che in Galles lottava per una maglia da titolare nello Swansea e già faceva baruffa con il
tecnico Morris. Adesso ha raggiunto Tommaso Maestrelli, l’unico allenatore con cui non ha mai litigato, un
secondo padre per lui. Magari con Re Cecconi e Frustalupi mettono su una squadretta per divertirsi un po’. E
non importa se non c’è Sky con i suoi deliranti commentatori. Ameri e Ciotti sono lì pronti al rimbalzo di linea.
Già sento Ciotti : “Undecimo della ripresa, Lazio in vantaggio. La rete di Chinaglia su passaggio smarcante
del mediano a sostegno Re Cecconi”. Non c’è spazio per “ripartenze”, “intensità”, “percussioni”. Al massimo
qualche nota sulla “ventilazione inapprezzabile” e sui lanci illuminanti di Frustalupi “interno di regia”.
Grazie Giorgio per i miei sogni infantili. “Gli eroi son tutti giovani e belli” come dice Guccini nella
Locomotiva.
Ferdinando